Ricordo l'odore della terra umida come se l'avessi tenuta tra le mani solo ieri. Zolle nere e pesanti si attaccavano alle mie dita mentre lavoravo nei campi con mio padre. Allora non ero ancora Massimino, l'imperatore, ma Gaio, figlio di un uomo comune, nato da qualche parte tra le aspre colline della Tracia e le infinite pianure della Mesia. Il sole picchiava sulla mia pelle e il vento portava il suono del Danubio, quasi a sussurrarmi, fin da bambino, storie di terre lontane e grandi imprese.
Mio padre era un uomo di poche parole ma dalle mani forti. Non aveva mai avuto una grande stima dei signori romani che governavano la nostra terra, ma era abbastanza saggio da imparare la loro lingua, accettare le loro monete e rispettare le loro leggi, almeno finché non ci creavano troppi problemi. Mia madre, una donna dagli occhi scuri e dall'andatura fiera, mi diceva spesso che portavamo nelle vene il sangue di molti popoli: Traci, Romani, forse persino barbari provenienti dall'Oriente. Non so quanto ci sia di vero in questo. La gente parla molto quando vede un uomo come me: alto, con le spalle larghe e mani che possono stringere un aratro con la stessa fermezza di una spada.











