La casa in collina

Corrado, insegnante torinese, durante gli anni della guerra ha fatto della collina il proprio rifugio. Non un semplice luogo geografico, ma lo spazio di un'elettiva solitudine da cui osservare la città che brucia, come fosse possibile sospendere il giudizio e la storia in un'attesa fuori dal tempo.

L'illusione di una neutralità possibile si incrina quando il suo percorso si intreccia di nuovo con Cate, una donna del passato, e con suo figlio Dino, nel quale Corrado cerca, con angoscia, i segni di una possibile paternità. Attorno a loro un gruppo di amici si confronta con la Storia che incalza, con la scelta della Resistenza. Mentre gli altri vengono travolti – catturati, dispersi, uccisi – Corrado continua a esitare, a ripararsi, a «non farsi prendere». Nemmeno il ricongiungimento con Dino, che nel frattempo ha scelto la lotta partigiana, riuscirà a trasformare la parola in azione.

Pavese compie qui una delle sue operazioni narrative più alte, facendo della vicenda di Corrado – intellettuale che vede sfumare la giovinezza «senza approdare alla maturità» – il campo di un'indagine etica senza sconti. Ed è in questo crogiolo che matura la frase forse più dirompente del romanzo: «Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione». Non uno slogan, ma la diagnosi morale di chi scopre, infine, che non ci si può sottrarre allo sguardo dei morti. La colpa non è della guerra, ma di ciò che si è scelto – o non si è scelto – di essere mentre la guerra infuriava.

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