L’uomo di neve

Pubblicata per la prima volta nel 1861, "L’uomo di neve" è una delle fiabe più note – nonché più struggenti – del grande Hans Christian Andersen. Un pupazzo di neve si innamora di una stufa, osservandola tutte le notti dall’esterno della casa. Unico suo confidente è un cane, con cui il pupazzo riesce magicamente a comunicare e che, alla fine, intuirà la natura di un amore così bizzarro e, a conti fatti, decisamente impossibile. Attraversata da un forte senso di malinconia, la fiaba è ancora oggi un’opera dal valore narrativo inestimabile, resa ancora più dolce dall’ottima lettura che ne fa Francesca Sarah Toich.

Hans Christian Andersen (1805-1875) nasce a Odense da una famiglia poverissima, ma esprime fin dalla prima infanzia un profondo interesse per il teatro e per le leggende tradizionali. A quattordici anni si reca a Copenaghen, dove fa i lavori più disparati coltivando il sogno di diventare attore. Sarà l’incontro fortuito col re di Danimarca, Federico VI, a cambiare per sempre il corso della sua esistenza: il sovrano, infatti, gli sovvenziona prima gli studi alla scuola di Slagelse, così come due viaggi a giro per l’Europa. Andersen esordisce nel 1827 come poeta, ma nel corso della sua lunga vita approccerà i più svariati generi: dal romanzo al vaudeville, passando per il melodramma e la satira. È però con le fiabe, scritte a fasi alterne fra il 1835 e il 1872, che ottiene una fama davvero solida e internazionale. Fra le molte altre opere da lui scritte, si possono citare "L’improvvisatore" (1835) e "Viaggio a piedi dal canale di Holmen alla punta orientale di Amager" (1828).

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Pubblicata per la prima volta nel 1861, "L’uomo di neve" è una delle fiabe più note – nonché più struggenti – del grande Hans Christian Andersen. Un pupazzo di neve si innamora di una stufa, osservandola tutte le notti dall’esterno della casa. Unico suo confidente è un cane, con cui il pupazzo riesce magicamente a comunicare e che, alla fine, intuirà la natura di un amore così bizzarro e, a conti fatti, decisamente impossibile. Attraversata da un forte senso di malinconia, la fiaba è ancora oggi un’opera dal valore narrativo inestimabile, resa ancora più dolce dall’ottima lettura che ne fa Francesca Sarah Toich.

Hans Christian Andersen (1805-1875) nasce a Odense da una famiglia poverissima, ma esprime fin dalla prima infanzia un profondo interesse per il teatro e per le leggende tradizionali. A quattordici anni si reca a Copenaghen, dove fa i lavori più disparati coltivando il sogno di diventare attore. Sarà l’incontro fortuito col re di Danimarca, Federico VI, a cambiare per sempre il corso della sua esistenza: il sovrano, infatti, gli sovvenziona prima gli studi alla scuola di Slagelse, così come due viaggi a giro per l’Europa. Andersen esordisce nel 1827 come poeta, ma nel corso della sua lunga vita approccerà i più svariati generi: dal romanzo al vaudeville, passando per il melodramma e la satira. È però con le fiabe, scritte a fasi alterne fra il 1835 e il 1872, che ottiene una fama davvero solida e internazionale. Fra le molte altre opere da lui scritte, si possono citare "L’improvvisatore" (1835) e "Viaggio a piedi dal canale di Holmen alla punta orientale di Amager" (1828).

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